Prendi tanta paglia q.b perchè occupi abbastanza spazio da poterci vivere; Con uno escavatore fai una montagnola di terra attorno alla paglia; poi riempi il tutto di cemento, togli la terra; metti un vitellino a mangiare la paglia fino a quando non l’avrà finita tutta e non sarà una mucca adulta. Mangia la mucca o liberala. Pulisci tutto. Fai gli allacciamenti necessari. Serramenti. Arreda.
Ecco la “Trufa”, la casa che dimostra di conoscere il Cabanon di Le Corbù, l’archetipo di casa e anche come è stato costruito il pantheon, più qualche principio minimalista… Lo studio di Antòn Garcìa-Abril & Ensamble Studio ha capito tutto, cosa ci opprime, cosa ci ostacola; dobbiamo tornare alle origini, vivere in una casa roccia è un bel passo… io ne sono affascinato in una maniera maniacale… soprattutto per il procedimento costruttivo….
Inaugurata nei pressi di Udine la “Casa Zero Energy”, frutto dello studio di ricerca del gruppo Polo Le Ville Plus e Università di Trento.
Casa Zero Energy è un’abitazione di 450 metri quadrati, autosufficiente dal punto di vista energetico ed autonoma nella gestione degli impianti. Non è allacciata alla rete del gas metano, non utilizza nessun tipo di energia proveniente da fonti non rinnovabili e auto-produce energia da fonti alternative e non inquinanti come pannelli solari, fotovoltaici e pompa di calore.
Tendenza recente ma con origini molto più vecchie (vedi Robert Owen) è il Social Housing, tradotto, l’abitare sociale, ovvero in una sorta di quartiere-comunità, autogestita, autonoma e anche ecosostenibile. Inoltre il Social Housing implica un tipo di contratto che abbassa notevolmente il prezzo di “acquisto” * o locazione della casa, trasformandosi dunque in carta moschicida per la maggiorparte della popolazione. In tutta Europa questi nuovi quartieri stanno fiorendo a velocità da capogiro, dando segnale forse di una sorta di cambiamento culturale profondo. Come capita spesso l’Italia è ancora in rodaggio nel settore ma le iniziative di progetto fioccano.
Prendiamo per esempio alcune delle tavole di concorso per il nuovo quartiere di Social Housing a Mestre; piccola osservazione: pare che il fatto di dover progettare tenendo il costo molto basso freni molto la creativià… questo è preoccupante, ma d’altro canto queste abitazioni sono pensate per cambiare in continuazione. (le tre tavole sono progetti diversi, non sono correlate)
*(molto spesso la casa viene “data in affido” pagando un capitale esiguo come indennità, deve essere abitata per tot anni e non può essere rivenduta dai privati, ma queste clausole fanno in modo che un appartamento di 120mq costi 140/150 mila euro contro la soglia dei 200 mila euro abituali, ma le formule di co-abitazione sono diverse, questo è solo un esempio)
Si è da poco conclusa la personale a Roma di Edward Hopper, uomo di poche parole, possessivo e misogeno, che però ha contribuito fortemente a darci una visione dello spazio, dello spazio dell’abitare. Hopper infatti ragionava proprio sullo spazio: “Come appare una stanza quando nessuno la guarda?” o ancora “Come appare una città, quando nessuno la vive?”. Il suo ragionamento sul vuoto, ma meglio sullo spazio vuoto dovrebbe essere molto caro a noi progettisti. . . Hopper sembra analizzare anche il lavoro dell’architetto che costruisce la casa o la città, ponendosi il problema di come esse appaiano per se stesse, senza la presenza dell’uomo, cosa su cui non ragioniamo sempre in quanto una architettura come una casa è fatta per essere vissuta. . . noi la immaginiamo vista dalla gente dall’interno e poi dall’esterno in maniera attiva. . . quando essa è usata al massimo del suo potenziale, forse ragionando poco su quel periodo di transizione quando la stanza è vuota e nessuno la usa. . . quindi possiamo leggere il lavoro di Hopper come una finestra temporale, che si apre sullo spazio vuoto, una visione concentrata a capire le dinamiche non solo dell’utilità che ha lo spazio vuoto ma anche le dinamiche della luce, Hopper dice: “Io forse non sono umano, la cosa che mi interessa di più è dipingere il muro di una casa quando la luce lo colpisce”. . . altro ragionamento utile al progettista, che deve porsi sempre in relazione con la luce, elemento fondamentale di qualsiasi progetto. L’arte enigmatica di Hopper, forse come segno di una peculiarità e genialità personale, ci porta a ragionare su aspetti a noi cari da un punto di vista differente, estraneo, prezioso.
A Disneyland gli specialisti del quartiere dedicato al futuro, “Tomorrowland”, si sono scatenati nell’imaginare la casa del domani ma non solo. . . con questo articolo chiudiamo la serie: “American vintage home” .
Veneto, ma ormai friulano d’adozione, sento un certo orgoglio nel parlare del grande design che si fa e che si è fatto da questi parti… e la famiglia MOROSO è indubbiamente la faccia più giovane, l’acqua più fresca, la pistola più fumante…
MOROSO nasce nel ‘52 e fin da subito si distingue per la produzione di divani di grande qualità realizzati a mano e con grande gusto per i materiali e cura. Inizia poi negli anni rapporti con designer importanti ed emergenti, facendosi spazio all’interno del mondo del design d’autore.
Per il salone del mobile di Colonia MOROSO recluta una delle sue stelle più care Patricia Urquiola, e presenta “Fergana”, una nuova serie di divani componibili. Particolarità di questo progetto sono le stampe ormai cult dell’azienda, questa volta ispirate a forme antropomorfe-aliene-da video game.
Patria del maestro Piano la liguria, o più in particolare Genova, sembra aperta a contaminazioni architettoniche di notevole impatto. Una terra che riconosce il bello ma che è butterata dal brutalismo degli interventi che la rendono “città” – la sopraelevata, i grattacieli di dubbio gusto, i grandi complessi di residenze popolari.
Sono diversi i progetti che interessano Genova in questi anni, primo fra tutti completamento dell’intero waterfront ad opera dello stesso Piano; ma tutti i progetti sono accomunati da una dimenzione monumentale.
Interessanti sono il nuovo ”Grafting Urbanism” di Cappelletti, Busana, Ambrosini e Czarzasty, per la nuova stazione dei treni e il nuovo Begato, storico residence; e il nuovo ”New landscapes of the sustainale city” di Martenes, Reitsema, Weerink, Romgens, che si intergra al progetto precendente.
TERZA REGOLA PER FAR SI CHE L’ARCHITETTO SI SALVI L’ANIMA: Pensare di poter migliorare la situazione attuale.
La maggior parte di noi vive in zone dallo sviluppo urbano denso, congestionante. La maggior parte di noi si ritrova a pensare che un giorno, lontano dalle glorie o dagli insuccessi di una vita, vorrebbe solo ritirarsi, per restare in pace.
Una casa. Bianca. Semplice. Nulla di più, di un posto sereno.
La casa dei sogni. Magari in America. A Colorado Springs. Bianca. In legno.
Si, poi dobbiamo solo decidere il numero delle stanze da letto o dei bagni. Chi di voi ha mangiato la foglia, ha capito dove voglio arrivare. Dov’è l’architetto?
Quando giunge il momento della casa dei sogni, possiamo notare, che la tendenza al fai da te è sempre più comune. Per realizzare un sogno basta un catalogo, un’azienda rapida e di livello e il sogno è servito. Questo forse vi sembrerà un discorso banale. Tutto sommato però, a noi viene chiusa una porta. Una delle soddisfazioni più grandi dell’architetto, che fa il suo lavoro con passione, è dare la casa dei sogni al suo cliente. La sua piccola casetta bianca, forse sarà uguale a quella dell’azienda sopra citata, ma indubbiamente avrà un pezzo di anima dentro. Patetico? Non credo. . . in cosa consiste l’anima dell’architetto? (continua presto).