Ark.inU blog

29 November 2012 | Ark.inU Architecture

La prototipazione è il futuro dell’architettura?

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Vorrei gettare un sasso senza poi nascondere la mano, così faccio una domanda: E' possibile che la prototipazione sia il futuro dell'architettura?…. Riflettiamo. La fusione delle arti è sicuramente il leitmotiv dell'ultimo secolo. Pian piano gli edifici si sono trasformati in soprammobili e i soprammobili in edifici. Così come coesistono diversi tipi di socializzazioni tra le persone in una grande città così anche le arti socializzano e creano nuove conformazioni. D'altro canto sappiamo benissimo che la parola "design" non significa esclusivamente mobili… ma significa progetto, quindi apriti cielo. Così a volte mi fermo davanti ad uno dei tanti cubi blu e gialli, le mecche del mobile, la sacra IKEA insomma, e mi chiedo: "Possiamo fare architettura come IKEA fa mobili?" Possiamo prendere un esigenza, decidere quante persone possano permettersela (perchè sebbene sia una esigenza, ha un prezzo), fare un progetto e prototiparlo?Una volta verificato il prototipo abbiamo un prodotto che possiamo vendere. Ora abbiamo stampanti 3D e laser che tagliano con precisione nanometriche, possiamo fare sedie di plastica solidificando la plastica stessa direttamente dentro la tinozza dove è versata, dandoci libertà espressiva assoluta. Possiamo creare prodotti che durano 5 anni e poi costringere le persone a cambiare casa. Possiamo fare case usa e getta che una volta dismesse si sciolgono e nutrono il terreno, possiamo costruire stadi e poi come il LEGO smontarli e rimontarli mille volte.Possiamo realizzare in serie qualsiasi cosa dalle viti ai grattacieli, possiamo far in modo di non perdere "l'unicità", perchè possiamo fare prototipi di cose che servono una volta sola se vogliamo. Possiamo davvero creare un nuovo modo di fare architettura, rivoluzionando tutto. Possiamo? 

9 October 2012 | Ark.inU Architecture

Esiste ancora l’architettura?

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E' una riflessione che dobbiamo farci. Esiste ancora la possibilità di fare architettura? Esiste ancora la possibilità di vivere nell'architettura?… Non c'è una risposta in effetti perché su questa questione si sta discutendo molto. Il problema è definire cosa sia più architettura di altro. Bjarke Ingles, fondatore di BIG, studio che conosciamo bene ha dichiarato (parafrasando): "se una tettoia in africa protegge i volontari umanitari non significa che quella sia un architettura degna di essere chiamata tale…". Da un certo punto di vista non possiamo dargli torto. Ma non possiamo negare che una operazione umanitaria sia un gesto importante e socialmente utile, ciò dunque significa che un atto sociale non è architettura? Questo sembra essere un controsenso; perchè l'architettura è un atto sociale; la gente parla, lavora, mangia, compra, muore nell'architettura, se non è sociale questo…. Esiste dunque un paradosso. Non possiamo negare che ogni cosa che costruiamo, che sia socialmente utile, sia architettura. Ma quello che costruiamo non è necessariamente stato costruito e soprattutto progettato da un architetto; ecco che il discorso si contorce. Senza andare in africa o nei paese dei terzo mondo guardiamo cosa succede a casa nostra. Costruiamo case edifici residenziali, ad esempio abitazioni popolari. Dunque sono costruzioni socialmente utili. Ma lo stesso palazzo può non essere stato costruito da un architetto, ma realizzato ad ogni livello da altre figure professionali. Possiamo chiamarla architettura?… e poi ancora:  Se compriamo una casa prefabbricata è architettura? Se compriamo i mobili di casa in un megastore stiamo facendo architettura? Possiamo andare avanti così e non trovare una risposta perchè non ve ne è una. Dobbiamo comprendere che stiamo attraversando un periodo in cui l'appartenenza ai generi non è più valida, non possiamo definire qualcosa perchè la definizione che conoscevamo non è più valida. Non possiamo definire "lettera" come qualcosa che scriviamo; dobbiamo dire che si scrive, a mano, con una penna, ad inchiostro. Assistiamo ad una moltiplicazione esponenziale del significato. Ecco forse perchè non riusciamo più a definire "Architettura" ed è forse giunto il momento di indagare meglio sul suo significato.

Ecco come l’Aquila (non) dovrebbe essere.


Si è concluso il primo concorso internazionale d’architettura per la ricostruzione di Piazza d’Armi all’Aquila. Il primo premio va a Modostudio un gruppo romano che propone un parco polifunzione. Oltre ad essere estremamente pretenzioso come progetto, che va a collocarsi benissimo nel panorama dei grandi progetti italiani mai portati a termine, ha un gravissima carenza logica. Il primo errore è stato estraniare il progetto astraendolo dalla città per creare una sorta di “oasi”, il progetto non si apre ma rimane ermetico e quasi implode su se stesso. Lo studio presenta i grafici del processo compositivo, ma questi si smentiscono da soli nelle loro fasi, la composizione del progetto risulta dunque forzata e non libera e naturale come vorrebbe sembrare. Il linguaggio poi non è coerente. Ci sono diverse forme espressive contrastanti, tagli, rigonfiamenti, sottrazioni, ottagoni, spirali, ecc… sono troppe e non equilibrate. Non c’è nulla di originale e non c’è nulla di nuovo. Ancora una volta l’Italia dimostra di non essere pronta per questi tipi di concorsi, si tende ad accettare progetti banali che non esprimono nulla e che danno gioco a costruttori e mafie varie… Come se i parcheggi potessero ricostruire una città.


Linee, percorsi e passaggi a nord.



Andate dritti fino in Olanda, passate dentro il teatro e attraverso il Bunker a metà. Poi dritti fino in Norvegia, seguite le curve. Siete arrivati a destinazione. Questa introduzione stile Tom Tom impazzito per farvi semplicemente capire che siamo a Nord, e parliamo di percorsi e passaggi. L’architettura della “soglia” è uno dei temi più belli e avvincenti che un progettista possa mai affrontare. Quando si crea una porta o un percorso all’interno o per un edificio il concetto cambia perché questi hanno effettivamente uno scopo. Ma ci sono architetture dove non si può stazionare, architetture fatte di movimento che vanno usate passandoci attraverso… ma non sono fatte per proteggerci. Un controsenso in termini se volete e forse proprio per questo la sfida d’eccellenza per un architetto. Ho preso 3 progetti ad esempio. Il primo è il sensazionale padiglione realizzato nel 2009 a Rotterdam da André Kempe. Il padiglione in realtà poteva essere trasformato in teatro estivo, ma quando non era in uso si trasformava di un enorme portale sulla città. Un opera emblematica per questo filone di progettazione, allo stesso tempo estremamente semplice stilisticamente, estremamente complessa strutturalmente; con una funzione variabile se non incerta, ma con un forte potere simbolico. Sempre in Olanda è assolutamente da vedere il percorso-molo-opera d’arte di Rietveld Landscape. L’opera si compone da un percorso che taglia a metà un vecchio bunker militare. Il percorso non porta a nulla. Il bunker si può visitare ed è possibile entrarci ma funge da protezione effimera in quanto è tagliato. Quella che sembra semplicemente un’opera d’arte è invece una composizione architettonica sublime. Il taglio drammatico e netto che lascia posto al percorso trasforma, senza usare chissà che mezzi, un bunker in una architettura pubblica, a servizio di un luogo ed allo stesso tempo assume diversi significati diventato quasi monumento di un epoca che si spera non debba tornare. Per finire andiamo in Norvegia dove Reiulf Ramstad Architekter realizza un percorso turistico che diventa scultura. Con la necessità di creare rampe e accessi alla spiaggia, lo studio trasforma la routine, creando piccole sculture composte di un nastro in c.a. che nelle sue curve accoglie qualche seduta e servizio. Il percorso inquadra il paesaggio e offre diverse sfumature ed esperienze al turista. Tutti questi esempi sono estremamente semplici dal punto di vista formale eppure sono pregni e comunicativi. Il tema progettuale del percorso e del passaggio è assolutamente una sfida che ogni architetto dovrebbe affrontare e dalla quale di può capire il livello di eleganza e ingegno di un progettista.



19 June 2012 | Ark.inU Architecture

Babel.


Il mito di Babele è l’emblema della società contemporanea. La voglia di essere sopra a tutti, di vedere il mondo dall’altro e di dominarlo è vecchia quanto la storia stessa, ed è sempre rimasta vivida nelle menti degli omini che pian piano costruiscono vette sempre più alte, sempre in gara con il proprio vicino, sempre in competizione per dominare. Se ora il primato spetta all’Arabia, il nuovo record non tarderà ad arrivare. Il Giappone ha presentato da poco lo Sky tree, la torre osservatorio più alta al mondo con i suoi 634 metri. Nel mentre a New York la Freedom Tower sembra non vincerà alcun primato in quanto il design dell’antenna è stato cambiato e non sarà più contato nell’altezza complessiva dell’edificio portandolo sotto i 550 metri; ma il paese che vuole sopraffare il mondo intero come sappiamo è la Cina. La Cina sta progettando un serie innumerevoli di mega-grattacieli tra cui la “Sky city” una torre alta 838 metri, 10 cm più alta del Burj Khalifa, da costruirsi con moduli prefabbricati ad alte prestazioni in soli 90 giorni! Nel mentre tutto il sud ovest asiatico e la Corea del sud ribollono in pentola con progetti allucinanti di torri più alte di un chilometro e così discorrendo… La smania di dominare il cielo e di avvicinarsi sempre di più all’ignoto, di sfidare le forze della Terra è insista nell’uomo. Tutto questo molto spesso sfocia in ricerche paradossali e inutili, portando ad uno spreco assurdo di risorse e forza lavoro per il compiacimento di pochi individui, mente chi ha sudato, e molto spesso è morto sulle impalcature deve alzare il capo per vedere il proprio lavoro finito. Il grattacielo è allo stesso tempo simbolo di una ricchezza tecnologia e di una povertà sociale, che crea e aumenta quel divario abissale tra chi abita tra le stelle e chi muore nella polvere; con il tempo la voglia di raggiungere Dio si è trasformata in spietata supremazia tra gli uomini. Sul tema Babele si segnalo al Musée des Beaux Arts di Lille la mostra “Babel”, interpretazioni contemporanee della torre di Babele.

4 June 2012 | Ark.inU Fashion

Non è un paese normale.


Non so voi ma io tendo ad ossessionarmi a qualcosa in modo estremo, poi quando mi stanca mollo e trovo qualcos’altro, ma ci sono poche cose di cui non mi stancherei mai e tra queste… il Giappone. Il Giappone è indescrivibile per un occidentale. Per quanto tu possa leggere libri e manga, guardare film e anime, studiare l’arte e architettura e poi iniziare a studiare anche tradizioni e usi (e i più fanatici anche la lingua), nonché viverci, non riuscirai mai a comprendere la complessa follia giapponese. Se vogliamo cercare di capire perché il Giappone sia così estremamente originale dobbiamo ragionare su diversi fattori. Il primo lo chiameremo “Evoluzione express”: perché fino al 1800 in quasi tutto il Giappone la vita era praticamente uguale a 2 secoli prima, non vi era stata nessuna rivoluzione industriale come in occidente, ma quando la tecnologia è arrivata in Giappone il salto evolutivo è stato senza paragoni. I villaggi diventarono città straripanti di cavi e si doveva formare una società moderna così velocemente che la fusione tra tradizione e modernità è diventata il tratto distintivo del Giappone, estremamente moderno ma radicato in usanze e tradizioni antiche. La tecnologia è diventata un dio da venerare e questo ha intaccato la vita ma soprattutto la cultura. Il secondo fattore è il “tabù”: i problemi psicologici e sociologici, che nelle società occidentali sono stati interiorizzati e diluiti con il tempo diventato tabù, in una società moderna formata in brevissimo tempo rimangono evidentemente a galla. Il senso di privacy per esempio, così caro a noi occidentali, nei paesi orientali è quasi nullo (vedi le case). Le relazioni sociali sono diverse perché diversa è la società tutta. In Giappone esistono alberghi esclusivamente per adolescenti dove posso “sperimentare” liberamente, perché uno dei più grandi tabù occidentali, il sesso, in Giappone non è avvertito come tale. Ovviamente possiamo leggere certe usanze o tradizioni orientali come tabù, ma lo facciamo solamente perché siamo abituati a ragionare in modo limitato, non è colpa nostra, è ancora un discorso di formazione culturale. Una cosa interessante però da notare è che più si va avanti con la occidentalizzazione, più i tabù influenzano anche l’oriente, a dimostrare come la mente sia malleabile da ciò che ci circonda. Il terzo fattore importantissimo è la geografia: perché è ovvio. Paese che vai… Ma la geografia, il clima, la geologia, la terra insomma è il punto di partenza per l’evoluzione. Se un popolo è diverso da un altro è perché mangia diversamente, perché parla diversamente, questo non è scoprire l’acqua calda, è un ragionamento che il 90% della gente non fa. Si prende lo straniero come diverso perchè diverso punto. Nessuno si prende mai la briga di capire il perché… e questo è un discorso molto più ampio. Definiamo anormale qualcosa che non è nella norma, ma chi definisce la norma? Esiste un canone per capire cosa sia normale o cosa no? La natura ci insegna che non esistono miliardi di miliardi di variabili. L’equazione non è una sola. E’ dunque impossibile capire se qualcosa sia normale o no, ma possiamo capire perché sia diverso.

Unfinisched Italy.

Ah! il Bel Paese! Qui risiedono le arti tutte, il buon cibo, la culla della cultura. Vero; ma l’Italia è anche la Mecca dell’incompiuto. In questo paese si costruiscono case in località da favola, come le sponde di un vulcano o uno scoglio, la vista è sicuramente impagabile. Si costruiscono grattacieli o casermoni mostruosi in riva al mare, che giustamente si sono guadagnati la nomea di “Ecomostri” e che vengono costruiti senza alcuna nozione architettonica e ingegneria e quindi pieni di falle e problemi… e poi se ne butti giù uno di questi aborti, devi pure pagare milioni di euro di danni al costruttore… sempre di dubbia provenienza. La maggior parte di queste opere insulse rimangono incompiute ovviamente, impossibili da completare e impossibili da abitare. Palazzi, villaggi turistici, case private, infrastrutture di ogni sorta, addirittura intere cittadine a volte; come è successo in Sicilia a Giarre, dove una intera cittadina dello sport con tanto di anfiteatro e piscina olimpica di 10cm più corta della norma, è diventata il primo “Parco dell’incompiuto” che è possibile visitare per accrescere la propria vergogna. L’Italia con la varicella che vedete sopra è la mappa delle opere incompiute sul territorio… ma sicuramente va aggiornata.

“Unfinisched Italy” di Benoit Felici è un documentario eccezionale, pluri-premiato, che ci fa capire più da vicino cosa significa vivere con e nell’incompiuto. Per vedere il film potete comprare il DVD online ( o cercare un link in streaming, che però sono rari) . Una piaga enorme, uno spreco colossale di materiali, di energia… mafia, sindaci corrotti, comuni in rosso, aziende fallite… una escalation di cause ha provocato quella che oggi è la peggiore cicatrice visibile sul volto dell’Italia.

Salone 2012 – Le conclusioni.


Anche quest’anno ci sono riusciti, anche quest’anno Milano continua a vestirsi a festa per celebrare qualcosa di così effimero come i mobili. Tutto quello che concerne la vita culturale di quella città sembra essere effimero, come una bolla che compare in una metropoli iper-cementificata per poi scoppiare dopo pochi giorni. Forse un Salone diverso quest’anno dopotutto, si certo l’opulenza c’era, c’era il lusso sfrenato… ma come nella società odierna il lusso sfrenato si accompagna all’umiltà… e così è accaduto anche al Salone. Bisogna essere più minimalisti in un momento del genere ha detto Starck durante l’evento Kartell, bisogna fare di meno, ma fare con la testa. Abbiamo visto poi come le forme del design contemporaneo continuino a ispirarsi a quello che è senza dubbio il sacro grall del design, mi riferisco al Mid-Century, lo stile che divenne il Moderno. Queste sinuosità, questi materiali sempre più utilizzati in purezza riportano alla mente proprio quel periodo. Cassina ripropone i classici a colori, Moroso festeggia i sessant’anni in un padiglione disegnato dalla Urquiola, Kartell presenta pezzi rieditati come le Andrey o la Mademoiselle di Stack vestita da Lenny Kravitz. Foscarini presenza nuovi pezzi con Nichetto, Massaud e Iacchetti. Frau cerca di fare il “letto economico”, ma fallisce miseramente. Lago continua con il concetto di design-gioco e presenta dei pezzi molto simpatici come la sedia e sgabello a molla e i tappeti componibili. Anche Arflex guarda al suo celeberrimo passato rieditando i classici, tipo la poltrona Fiorenza di Zanuso, sempre consci del discorso “Mid-Century” fatto sopra; e così via discorrendo… questo è stato il trend… poche innovazioni e molto rivedere cosa è stato fatto. Così si è chiuso anche quest’anno il Salone del Mobile; cosa ci aspetta il prossimo?… in un anno può cambiare tutto, stiamo in allerta, nessuno può mai dirlo ma senza dubbio il design deve essere sempre più responsabile dal punto di vesta ambientale far capire al consumatore che una sedia è un pezzo di terra, un albero, tanta acqua e molto inquinamento, meglio essere consapevoli di ciò e poi ripartire da qui.

30 March 2012 | Ark.inU Architecture

Niente paura, solo panico.

Questa striscia di Calvin e Hobbes dice tutto. Innumerevoli volte ci siamo trovati in questa situazione; anche se ci sono due tipi di progettisti: coloro che non hanno paura della “carta bianca” e coloro a cui serve un limite. Le Corbù diceva che l’architettura nasce dal contesto, ovvero una volta analizzato non solo il terreno, ma tutto ciò che lo circonda, capito come funzionano di trasporti, quale sia l’orientamento migliore ecc…capire la differenza tra costruire in Brasile o in Islanda… poi possiamo progettare. Beh, direte voi, ovvio. No, non è così ovvio, lo è per la maggior parte di noi, che avendo assunto questi criteri fin dall’inizio della propria formazione e istruzione ora ha un criterio fisso e quando progetta non è preso da quel panico dell’ultimo minuto di cui parla Calvin. C’è dell’altro quindi. Quando nasce il panico? Il panico dell’ultimo minuto nasce molto spesso quando quel limite di cui parlavamo prima sfuma. Per esempio quando il progetto ha una dimensione colossale o infinitamente piccola. Il limite tende a infinito. Ciò accade molto spesso con la “carta bianca”, accadeva sempre a Leonardo da Vinci, e tanti altri artisti, i quali una volta concluso un quadro o una statua, non smettevamo mai di ritoccarla, vedevano sempre qualcosa che poteva essere meglio, che poteva essere di più. La pura libertà creativa è il panico. Attenzione, ciò non significa: siate poco creativi! Tutt’altro! Il panico è estremamente positivo quando creiamo, perché proprio quando siamo persi nel infinito, paradossalmente, riusciamo a trovare una via di uscita ed a risolvere il problema che da soli ci siamo posti, può richiedere diverso tempo, ma solitamente funziona così. Ecco spiegato il panico del progettista. Se ognuno di noi potesse dar completo sfogo alla propria creatività ci sarebbe una baraonda infinita, il panico è quel semaforo naturale che regola la fuoriuscita di idee dal nostro cervello. Quindi mi sento di consigliarvi: Niente paura, solo panico.

16 March 2012 | Ark.inU Architecture

Il tempo dei miracoli.


Ci sono giorni in cui uno pensa di poter far tutto e altri in cui si ritrova un foglio bianco davanti agli occhi e nessuna energia per riempirlo (il foglio è metafora del computer). Un lavoro logorante non ve che dire, ma bisogna pur portare a casa la pagnotta. Nella classifica degli studi più numerosi troviamo al primo posto Sir Norman Foster con 7000 dipendenti, ma circola la voce che quello più tirchio di tutti sia Rem Koolhass che pagherebbe 500€ al mese i livelli più bassi della sua manovalanza. E’ pur sempre una voce dal web, ma è rientrata subito nella “guida delle cose da sapere in caso tu voglia fare l’architetto”. Fare. L’architetto. Cosa rara di questi tempi, sia chiaro di lavoro ce ne tanto e la gavetta ormai è obbligatoria se vuoi imparare qualcosa sul serio su questo lavoro… ma molto probabilmente quella gavetta non finirà mai; anche dopo che il tuo capo sarà morto la lista per succedergli è già fitta. Ecco forse perché è tempo dei miracoli. Certi dicono che la crisi porta consiglio ed opportunità, più in crisi di così… ora dovremmo esser sommersi dalle opportunità. Renzo Piano ha detto, cito: “[...] … andare per poi tornare” ed ha perfettamente ragione, ma perché invece restare?… perché invece non cerchiamo di fare il miracolo? Tra studenti e architetti Junior siamo un bel esercito! Il più numeroso d’Europa!… quindi dico… perché non organizzarsi per riformare un sistema stantio? … perché non ripensare a come svolgere questo mestiere? Secondo me possiamo farlo. Dobbiamo farlo. E’ l’unico modo per fare il futuro di una pratica che comincia ad essere derisa, che ha perso il rispetto. Io credo questo sia il momento giusto, per iniziare progetti nostri, per fare pazzie e rigenerare la fonte creativa di questo paese. Facciamo il miracolo.